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Il grande romanzo degli spazzacamini è stato scritto nei secoli da alcune delle valli più povere dell’arco alpino. I primi spazzacamini in assoluto sono stati i Vigezzini, che troviamo in giro per l’Europa nella prima metà del 1500. Determinante è sempre stato in questo mestiere l’apporto dei bambini, i quali, con la loro esile statura riuscivano ad infilarsi sulle cappe e ad assicurare con la raspa e lo scopino, che maneggiavano al buio, a tentoni, avendo il capo avvolto dalla “caparüza”, berretto privo delle aperture per gli occhi, un lavoro particolarmente accurato. Il fenomeno dei “piccoli rüsca”, i bambini spazzacamino, coinvolse, particolarmente nei decenni a cavallo fra il XIX e XX secolo, gran parte delle famiglie vigezzine, costrette a “cedere in affitto” almeno uno dei loro figlioli ai “padroni”, vecchi spazzacamini che giravano di casa in casa ad arruolare la “materia prima” per lo svolgimento del loro lavoro. Centinaia di piccoli di sei, sette anni si trovarono a fare la stagione (da settembre ad aprile) e a trascorrere il Natale lontano da casa, tra i fumi, il gelo e le nebbie della pianura o “bassa”, termine col quale indicavano la loro area di lavoro. I genitori sottoponevano i loro figli a questa dura esperienza pur di avere una bocca in meno da sfamare durante il lungo inverno. Era, quella dei piccoli rüsca, una vita di fatiche, privazioni e sofferenze poiché i loro padroni, salvo rare eccezioni, erano crudeli e non gli risparmiavano i maltrattamenti. Li costringevano a un lavoro massacrante e addirittura a digiunare per impedire che si irrobustissero, col rischio di non entrare più nel camino. Spesso, per mangiare, i poveretti erano costretti ad elemosinare una pagnotta, un piatto di minestra, i ritagli del salame e le croste del formaggio nei negozi. Il fenomeno dei piccoli rüsca si esaurì tra il 1940 e il 1950, da solo, con la scomparsa dei caminetti, sostituiti dalle stufe e dai moderni sistemi di riscaldamento.
Benito Mazzi
L’eco lontana di una vecchia canzone,
un grido per strada,
una figura nera stagliata contro il cielo, contro luce;
essere nel cielo, essere chiusi in un camino
buio, nero, verticale, vuoto, fuligginoso.
Un’attività che nessuno vuol fare:
attrezzatura minima, costi minimi
spostamenti a piedi, dormire dove capita
e per far questo magari prender su dei bambini
…comprarli a stagione.
Buongiorno, benvenuti al Museo dello Spazzacamino
di Santa Maria Maggiore in Val Vigezzo;
qui coi piedi per terra,
un museo, le collezioni, i reperti,
oggetti testimoni del tempo, dei gesti,
spazio di incontro per stabilire connessione con gli ospiti,
perché attraverso le screpolature del tempo
si possano intravvedere le storie
di un salire e di un scendere in un camino,
perché gli ospiti intendano l’eco dei raduni
che qui portano ogni anno gli ultimi
e i nuovi spazzacamini.
Ritroviamo salendo la metafora dell’antico mestiere,
tutta la differenza tra un percorso e un racconto,
la generazione di spazi e volumi, di paesaggi sonori,
di itinerari dove darsi il tempo della visione e dell’ascolto,
dove poter pensare al senso di una boccata d’aria
dopo ore con un cappuccio chiuso intorno al collo,
dove accorgersi del colore del cielo
dopo ore in un camino a raschiar via fuliggine.
Così pochi metri si trasformano in un viaggio
per viaggiatori attenti ed accorti.
Si viaggia in un camino orizzontale,
si colgono le parole del poeta staccate
come respiri di fatica,
si è guidati dalla luce che filtra tra le lame del riccio
già aduse a lavorare in cima al campanile
(chè erano molle dell’orologio di torre).
In fondo giri a sinistra e al rumore del riccio segue
ed esplode il richiamo d’un bimbo: Spazzacaminooo...
fa accorta la via che si presta un servigio.
Ormai sei dentro e ti trasporta la musica
di Giuseppe Verdi,
e incontri persone che ti par di salutare
e ti aggiri tra loro ed aspetti che il canto finisca
e riprenda
e la raspa vibra di fatica e continua
a scrostare l’atra cragna.
E’ partenza e dolore e distacco,
migrazione anche questa stagionale,
di stenti maggiori che a casa.
Ma prova a salire, a stare solo per un po’ dentro
un camino…aspetta di sentirlo intorno a te…e il cielo è
l’antidoto per farti durare alla fatica.
E torni col tuo bagaglio d’esperienza a percorrere
il camino orizzontale
e al riccio giri a destra; quanto serve a capire,
cambiare il punto di vista,
vedere sotto altra angolatura con altra luce…
Oggi che lo spazio d’intorno è il mondo,
quel che sembra passato lontano ancora succede.
A questo servono i luoghi della memoria, a capire
e magari a scegliere di fare altro da quel che fu fatto,
altro da quel che fanno, da quel che facciamo.
Al pensiero triste segue l’ottimismo della Ragione:
quel bambino strappato di casa,
portato lontano ha anche saputo vivere.
Il brutto anatroccolo sa stare nell’acqua,
sa stare nel cielo,
par di vederlo passare davanti alla luna…
è come il sentire d’un profumo,
come il luccicare d’un gioiello,
anche il piccolo sapzzacamino può insegnarci
una canzone …della vita.
Marco Tonon

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